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APPUNTAMENTO SELEZIONATO
Non privatizziamo GTT
Inserito da:Giuliana - Fabio News - giuliana.cupi@tele2.it in data:2010-07-07 16:32:33

Ricevo da Terry Silvestrini e inoltro.

Giuliana

 
Invio in allegato la versione originale dell'articolo di Ugo Mattei, che condivido pienamente, dal titolo "Chiamparino, non privatizzare i servizi pubblici", pubblicato quasi integralmente sul Manifesto di ieri (http://www.ilmanifesto.it/il-manifesto/ricerca-nel-manifesto/vedi/nocache/1/numero/20100706/pagina/16/pezzo/281980/?tx_manigiornale_pi1[showStringa]=mattei&cHash=e50474d2dd).
 
In questo articolo, Mattei, docente di Diritto Civile e di Diritto Angloamericano all'Università di Torino, tratta della privatizzazione dei servizi pubblici locali, a partire dall'acqua, e analizza in particolare la delibera con la quale la Città di Torino si appresta a privatizzare l'azienda torinese per i trasporti, la GTT.
Ricordo che, come illustrato in una precedente mail, il Comune di Torino sta predisponendo la "messa a gara" del servizio di trasporto pubblico locale (GTT), per poi cedere le quote azionarie di GTT in suo possesso a soci privati.
 
A tale proposito Mattei mette in discussione l'arretrato modello privatistico-aziendalistico adottato da centro-destra e da centro-sinistra e afferma che la visione politica del movimento referendario ha delineato la possibilità di un nuovo modello di  gestione pubblica dei beni comuni, la "comunità di utenti e di lavoratori", sulla base dell'art. 43 della Costituzione.
 
Credo che questa sia la strada democratica da approfondire e percorrere per evitare la perdita del grande patrimonio dei servizi pubblici a favore delle cittadine e dei cittadini (particolarmente in un momento di crisi, in cui sarebbe ragionevole che invece dell'aumento dei profitti si perseguisse la diminuzione del costo delle bollette e la tutela dell'occupazione).
 
Concordo in particolare con Mattei sul fatto che la privatizzazione è pericolosa perchè, una volta avviata, è poi molto difficile tornare indietro e come lui auspico che "la cittadinanza si attivi per impedire questi colpi di coda del grande saccheggio del pubblico a favore del privato".
 
Un caro saluto
Maria Teresa Silvestrini
 
 
Attendo riscontri sulla privatizzazione di GTT che è in discussione nella competente Commissione consiliare e sono disponibile per approfondimenti
 

Come ben noto è  in corso una campagna referendaria ex art. 75 Costituzione volta alla ripubblicizzazione del servizio idrico integrato su tutto il territorio nazionale. Tale campagna chiama in modo chiaro e non ambiguo l’elettorato a pronunciarsi sull’inadeguatezza della Società per Azioni (anche a capitale interamente pubblico)  e della logica privatistica ed aziendalistica che essa sottende nella gestione del servizio idrico integrato. Si chiede fra l’altro l’abrogazione completa dell’art. 15 del c.d. Decreto Ronchi.  Il servizio idrico integrato è una specie del più ampio genere servizio pubblico, ed il Decreto Ronchi infatti  non riguarda il solo servizio idrico, ma tutti i servizi pubblici di interesse economico. Ne segue che allo stato attuale si trova “sotto esame referendario”  una parte cospicua della normativa ai  sensi della quale sono “messi a gara” i servizi pubblici.  

Chi scrive, insieme ad altri cinque giuristi (Azzariti, Ferrara, Lucarelli Nivarra, Rodotà),  ha redatto tre quesiti referendari che hanno il chiaro e non nascosto scopo di “invertire la rotta” rispetto alla scorciatoia amministrativa della privatizzazione nella gestione della cosa pubblica.  Infatti i dati raccolti in tre anni di lavoro presso l’Accademia Nazionale dei Lincei e pubblicati nel volume “Invertire la rotta. Idee per una riforma della proprietà pubblica” (a cura di Mattei-Reviglio e Rodotà per i tipi del Mulino 2007) mostrano come quasi vent’anni di privatizzazioni in Italia abbiano comportato i seguenti fenomeni generali e costanti: aumento dei prezzi al consumo; declino negli investimenti; aumento del budget per la pubblicità; aumento degli stipendi dei managers; aumento delle spese  per le parcelle di servizi professionali quali studi legali e consulenti vari.

 In sostanza quindi, secondo questi studi (poi ripresi da ultimo in “Dal governo democratico dell’ economia alla riforma della proprietà pubblica”, Scienze e Lettere  Edizioni 2010, a cura dei medesimi autori), la logica aziendalistica tesa al profitto  risulta incompatibile con l’elemento pubblico che dovrebbe caratterizzare i servizi di interesse generale.

Questi limiti dell’aziendalismo, dopo la crisi dell’ autunno 2008 sono agevolmente percepiti oggi dall’ opinione pubblica. Conseguentemente, mentre fino a pochi mesi fa i partiti di centro-destra e di centro-sinistra facevano a gara nel vantare il proprio riformismo privatizzatore, oggi si cerca di privatizzare senza neppure ammettere di volerlo fare (vero Ministro Ronchi?).  La privatizzazione insomma sta finalmente uscendo sconfitta nella battaglia per  l’egemonia politico-culturale.

Tutto ciò ha persuaso la più grande coalizione di forze sociali mai scesa in campo in una battaglia referendaria a far propria in modo non equivoco la bandiera dell’“inversione di rotta” proponendo tre quesiti che recidono alla radice il modello privatistico-aziendalistico nel settore dei beni comuni senza accontentarsi della sola abrogazione del decreto Ronchi. La visione politica del movimento referendario (che ha raccolto ormai oltre un milione di firme) è quella di far rivivere in Italia le condizioni per una piena attuazione dell’ art. 43 della Costituzione, quello che governa la riserva e il trasferimento di attività naturalmente monopolistiche (come il servizio idrico) o di primario interesse generale (e qui potrebbero aprirsi scenari entusiasmanti dalla riconversione di  Termini e  Pomigliano ai trasporti urbani) a “comunità di utenti e di lavoratori”.

In tal modo si sta costruendo intorno al referendum un movimento imponente che vuole uscire dalla crisi con strumenti politici e non aziendalistici, riformando e ristrutturando il settore pubblico per renderlo più forte, più indipendente, più autorevole, più efficiente  e molto più democratico e partecipato. Una bella “inversione di rotta” rispetto al suo smantellamento e alla sua dismissione prodotta dall’applicazione acritica della logica aziendalistica del decennio scorso.

Purtroppo la lettura della Delibera Comunale di Torino che vuole “mettere a gara” l’intero settore del trasporto pubblico urbano (Gtt) non senza avervi prima scorporato, con un’ operazione di puro diritto societario, la metropolitana (servizio per sua natura in perdita e quindi assai meno appetibile per il privato) mostra l’arretratezza che ancora domina i principali partiti del centro-sinistra. La logica che informa la delibera è infatti quella puramente aziendalistica (e privatistica) nel merito, nel metodo e (ancor più fastidiosamente) nella retorica.

La clamorosa superficialità giuridico-politica dell’operazione è denunciata  anche dall’“Agenzia per i servizi pubblici locali del Comune di Torino” (un organismo indipendente grosso modo di consulenza giuridico-amministrativa) nel suo parere dello scorso mese di maggio a proposito del proposto “contratto di servizio per l’erogazione dei servizi relativi alla mobilità urbana” redatto in esecuzione della delibera comunale. Il Contratto infatti sembra un caso di scuola dell’incapacità per il principale (Comune) di governare le “asimmetrie informative” che favoriranno l’“agente” (società di diritto privato che gestirà la mobilità).

Purtroppo i problemi tecnico-giuridici segnalati dall’Agenzia i non sono rimediabili con meri cambi del testo contrattuale per il semplice fatto che le contingenze future in una materia tanto complessa quanto la mobilità urbana non sono prevedibili e governabili ex ante. Questo limite strutturale del diritto dei contratti a governare il rapporto fra principale ed agente è ormai arcinoto nella letteratura giuridica ed economica (che infatti sempre più spesso propone il trust). 

Purtroppo nel nostro sistema istituzionale, “tornare indietro” dopo una privatizzazione fallimentare è estremamente difficile. Infatti le garanzie contro l’espropriazione per pubblica utilità tutelano il privato contro il ritorno al pubblico, perfino nell’ipotesi dell’ art. 43 della Costituzione, un compromesso fra cultura socialista e liberale che salvaguardia tanto l’indennizzo (che ormai deve essere a valore di mercato) quanto la riserva di legge.

In sostanza, quindi, a Torino un’amministrazione comunale in scadenza muove passi irreversibili verso la privatizzazione di un servizio pubblico essenziale quale  il trasporto locale  (che andrebbe governato con la stella polare dell’ecologismo e non certo dell’aziendalismo) proprio mentre è in corso un processo referendario volto a cancellare il presupposto fondamentale (legge Ronchi) che legittima questa azione.  Si consideri che la Legge Ronchi è pure sotto giudizio costituzionale indipendente dal referendum, essendo stata impugnato da cinque Regioni fra cui anche il Piemonte.

Mi pare dunque ci sia più di una ragione giuridica, politica e di opportunità perché Chiamparino rinunci al suo proposito e perché, più in generale,  la cittadinanza si attivi per impedire questi colpi di coda del grande saccheggio del pubblico a favore del privato: a Torino come ovunque altrove i sostenitori politici dell’aziendalismo stiano  disperatamente tentando di battere sul tempo Corte Costituzionale e referendum. 

 

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