Amerikano - basta guerre
Anche molti in Italia e nel mondo, grazie alla campagna mediatica e di marketing arrivata fino ad Oslo, si sono convinti di ciò che è totalmenet inesistente.
Il "pacifista" Obama è riuscito la' dove mai sarebbe riuscito Bush ovvero ha aumentato le guerre distruggendo al contempo il movimento pacifista. Non è la prima e non sarà purtroppo l'ultima volta negli Usa come nel resto del mondo (vedi quelo che ha fatto in ct-sx in Italia) che viene fatto "vincere" un governo "amico" per prendere le stesse decisioni che con un "governo nemico" causerebbero violente proteste.
Con il senno di poi qualcuno è ancora contento dell'elezione di Obama?
Non vi preoccupate, alla prossima elezione tornerà un repubblicano alla casa bianca e .... non cambierà nulla!!
Ciao
Fabio
PS: anche in Italia è stato votato il rifinanziamento delle NOSTRE guerre... con il voto contrario solo (tra colroco che sono ancora -per quanto?- in parlamento) di IdV e l'astenzione dei radicali.
Da Peacerporter.net 26/07/2010
Requiem per il movimento pacifista
La 'Peace Mom' Cindy Sheehan, figura simbolo del movimento 'No War' americano, riflette sulla crisi del pacifismo nell'epoca di Obama
Di Cindy Sheehan
Questo articolo e queste osservazioni faranno incazzare molte persone, ma non mi importa. Ve la prenderete con me, anche se non sono io che decreto il prolungamento della guerra, non sono io che la finanzio, non sono io a torturare e a incarcerare senza regolare processo, non sono io a distruggere l'ambiente. Ho la sensazione che il tempo per fermare la disastrosa traiettoria di questo pianeta (dettata dal complesso industrial-militare Usa) stia per finire. Premetto che la mia motivazione non nasce dal fatto che io organizzi proteste alle quali non viene nessuno.
Io scrivo, invece, perché i miei nipoti e i nipoti degli altri non vivano in un mondo dove la guerra a scopo di lucro è un fatto quotidiano, e dove il domandarsi il perché viene bollato come "radicalismo" pericoloso. (...)
La settimana scorsa, la Camera dei Rappresentanti statunitense, controllata da i Democratici, ha votato per dare a Barack Obama 33 miliardi di dollari per finanziare due guerre idiote e imprudenti. E non è la prima volta che i democratici votano per la guerra. Lo sapete perché? Perché i democratici non vogliono la pace: sono anche loro parte del 'partito della guerra'.
Le guerre iniziate da Bush e continuate da Obama appartengo a tutti coloro che hanno votato Obama. Se la gente avesse ascoltato quello che Obama diceva, e non solo il modo in cui l'ha detto, allora avrebbe capito che lui è sempre stato favorevole alla guerra in Afghanistan, e che non ha mai detto di essere contrario ad azioni militari contro l'Iran.
Durante la campagna elettorale di Obama, in tanti mi dicevano che lui sputava queste minacce militaristiche solo per farsi eleggere, e che una volta entrato alla Casa Bianca avrebbe fatto "la cosa giusta." E io mi sono chiesta, quando mai succede veramente così? Tre giorni dopo aver giurato di difendere e proteggere la Costituzione, ha bombardato con i droni un "bersaglio" nel Pakistan, ammazzando una trentina di civili ed elevando a nuove vette l'arte della guerra telecomandata, mentre il cosiddetto movimento No-War taceva compiaciuto.
Tanti gruppi e singoli pacifisti perdono la testa durante la stagione delle elezioni, pensando che la differenza minima tra Democratici e Repubblicani giustifichi la dogmatica promozione dei Democratici. Ma sia John Kerry che Obama erano a favore della guerra. Un movimento contro la guerra si auto-delegittima quando si lega a un candidato che non promette una totale e completa astensione dalla guerra.
La maggior parte dei movimenti pacifisti, infatti, hanno votato per un candidato che prometteva di contrattare una guerra solo al fine di poterne espandere un'altra. Obama ha sempre detto di non essere contro la guerra, ma di essere contro le guerre "stupide". Chi è contro la guerra avrebbe dovuto affermare: "Tutte le tutte le guerre sono stupide, per cui noi non ti sosteniamo".
Ma cosa si può fare? Votare non cambia niente. Le nostre scelte sono tra il candidato A e B del medesimo partito della guerra. Un vero candidato pacifista verrebbe marginalizzato e ingiuriato. L'America non è una nazione pacifista: siamo da cima a fondo una nazione violenta, per cui bisogna ristrutturare la società dal basso verso l'alto. Svegliatevi e staccate dal vostro paraurti l'adesivo di Obama con il simbolo della pace al posto della O. Se siete veramente contro la guerra capirete che lui non è un promotore di pace.
L'unica speranza per il futuro dell'America sarà il riconoscimento del fatto che Obama, così come McCain, la Palin, e Bush, non sono in favore della pace: solo noi lo siamo.
Quindi, dopo aver finito di piangere i nostri morti, uniamoci e organizziamo una società che porti un cambiamento positivo. Noi nn siamo nemici l'uno dell'altro: siamo nemici di uno Stato che ci è nemico.
Traduzione di Giovanni Zenati
Afghangate. Le verità nascoste
La fuga di notizie pubblicata da Wikileaks rischia di far scoppiare il caso Afghangate. L'ira del presidente Barack Obama sui mezzi d'informazione.
Uccisione deliberata di civili innocenti, aumento massiccio dei droni radiocomandati e pericolosi voltafaccia da parte degli alleati di sempre. Il rapporto pubblicato dal sito specializzato nella divulgazione di notizie riservate Wikileaks.org rischia di far scoppiare il caso Afghangate. Novantaduemila fascicoli segreti protocollati Pentagono e già ripresi, fra gli altri, dal New York Times rivelano le barbarie e i costi dei conflitti e fanno capire, ove ce ne fosse bisogno, che negli Stati Uniti il rapporto guerra crisi economica è fondamentalmente unilaterale: le guerre provocano le crisi ma dalle crisi non sono inficiate. Perché se c'è una voce del bilancio pubblico di Washington che non può subire variazioni è proprio quella del rifinanziamento delle missioni militari. Le ultime due, Iraq e Afghanistan, sono costate ai contribuenti statunitensi ben 1.021 miliardi di dollari dal 2004. Prima del loro costo c'è solo quello della Seconda Guerra mondiale costata, con valuta odierna, 4.100 miliardi di dollari.
Non solo denaro. Oltre l'impressionante quantità di denaro che le operazioni "Iraqi Freedom" e "Enduring Freedom" hanno richiesto dal gennaio 2004 al dicembre 2009, il dato più allarmante del protocollo "top secret" è quello sulla violazione sistematica dei diritti, umani e di guerra, da parte delle truppe a stelle e strisce. La Task Force 373, per esempio, è un gruppo speciale di uomini dell'Esercito e della Marina scelto per la cattura di settanta alti comandanti ribelli. Dagli incartamenti si è appreso che le missioni loro riservate si sono intensificate durante il mandato presidenziale di Barack Obama e che la loro imprecisione nel lavoro di "cattura ed elimina" ha portato all'uccisione di diversi civili e all'aumento della tensione col governo di Kabul. E ancora l'aumento dell'utilizzo di droni radiocomandati da parte degli alleati e dei missili a ricerca di calore, gli Stinger, da parte talebana che gli alti comandi militari USA non hanno mai rivelato. A questi ultimi, e soprattutto alla Central Intelligence Agency (CIA) sarebbe inoltre sfuggito il doppio gioco del Pakistan, ufficialmente Paese amico, che da quanto si apprende dal dossier, avrebbe sempre tramato complotti ai danni del potente alleato. In particolare il ruolo del Directorate for Inter-Services-Intelligence (gli 007 al servizio del governo di Islamabad) avrebbero incontrato più di una volta i leader taleban per organizzare attentati contro marines e politici afgani.
Da Washington. Già accerchiato e indebolito da grane di politica interna, vedi caso BP e legge sull'immigrazione in Arizona, il presidente Obama non ha mascherato la propria ira nei confronti di chi ha pubblicato il dossier che, oltre il sito di Julian Assange, è comparso sui portali del New York Times, del Guardian e del tedesco Der Spiegel. "Possono mettere a rischio la vita degli americani e dei nostri alleati e minacciare la nostra sicurezza nazionale" ha tuonato James Jones, il consigliere per la sicurezza nazionale. Quello che ora preoccupa di più l'establishment obamiano sarebbe proprio il rapporto con il governo guidato da Yousaf Raza Gillani. In attesa di un colloquio con Husain Haqqani, ambasciatore di Islamabad negli USA, che ha definito "irresponsabile" la fuga di notizie riservate, Obama cercherà di non farsi schiacciare dalla pressione diplomatica e continuare i rapporti con l'alleato asiatico come se nulla fosse accaduto. Proprio come riportato nell'incartamento riservato per il quale nonostante ripetuti avvisi di un intervento diretto nell'area l'amministrazione democratica non ha mai ceduto alla tentazione di inimicarsi uno dei principali alleati in Asia. A testimonianza di ciò c'è stato l'annuncio del Segretario di Stato Hillary Clinton la quale, dopo aver sostenuto che i due paesi sono "partner uniti da una causa comune", ha annunciato lo stanziamento di 500 milioni di dollari in aiuti a Islamabad.
Antonio Marafiot |