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Palestina - Perchè hanno paura di una sedicenne?
Inserito da:Gigi - FabioNews luigi.eusebi@poste.it in data:2018-01-06 01:07:56

Perché hanno paura di una sedicenne?

 | 2 gennaio 2018

Ahed Tamini in questi giorni viene tenuta in fredde celle di isolamento con le telecamere puntate verso di lei per 24 ore al giorno. Ripetutamente, senza la presenza di un genitore o di un avvocato, hanno tentato di interrogarla. Il ragionamento per la decisione del giudice di prolungare la sua detenzione, è che Ahed “costituisce un rischio” per la causa delle forze armate e del governo israeliano contro di lei. Israele ha ragione, AhenTamini crea un rischio. Non è, però, un rischio per uno degli eserciti più massicciamente armati e avanzati del mondo… Il rischio che pone è nel suo rifiuto di sottomettersi alla richiesta di Israele che i Palestinesi acconsentano alla loro stessa occupazione. La logica di Israele è infatti nota: i Palestinesi dovrebbero collaborare con alla loro oppressione…

La sedicenne Ahed Tamini giovedì 28 dicembre è tornata in tribunale dove il giudice ha decretato per la terza volta che la sua detenzione è prolungata, questa volta per altri cinque giorni. Nella scorse settimana e mezza, Ahed è stata fatta entrare e uscire da numerose carceri israeliane e distretti di polizia. È stata tenuta in fredde celle di isolamento con le telecamere puntate verso di lei per ventiquattro ore al giorno. Ripetutamente, senza la presenza di un genitore o di un avvocato, hanno tentato di interrogarla. Il ragionamento per la decisione del giudice di prolungare la sua detenzione, è che Ahed “costituisce un rischio” per la causa delle forze armate e del governo israeliano contro di lei.

Israele ha ragione che Ahen Tamini crea un rischio. Non è, però, un rischio per uno degli eserciti più massicciamente armati e avanzati del mondo o per un caso legale che viene costruito contro di lei. Il rischio che pone è nel suo rifiuto di sottomettersi alla richiesta di Israele che i Palestinesi acconsentano alla loro stessa occupazione. La logica di Israele è che i Palestinesi dovrebbero collaborare con alla loro oppressione. Dovrebbero spostarsi tranquillamente tra i vari posti di controllo, aprire le loro borse, non guardare negli occhi gli occupanti e non contestare o protestare per il furto delle loro terre, risorse e libertà. La logica id Israele è che non gli sta bene così, possono andarsene. In realtà preferirebbero moltissimo che i Palestinesi se ne andassero. La strategia è di rendere la vita così insopportabile per i Palestinesi, che essi se ne vadano volentieri. Questo ha anche un nome: “trasferimento volontario”.

Fin da quando Ahed era una bambina, lei e la sua famiglia si sono impegnati nella resistenza attiva contro l’occupazione israeliana. Dal 2013 fino a oggi hanno organizzato regolari dimostrazioni contro le forze armate e i coloni vicini che hanno preso il controllo delle loro terre e delle acque di sorgente. I dimostranti vengono “accolti” con gas lacrimogeni, proiettili di gomma, acqua puzzolente e munizioni con esplosivo.

Nel 2012, il padre di Ahed è stato dichiarato prigioniero di coscienza da Amnesty international. Nel 2013, suo zio è stato ucciso da un candelotto di gas lacrimogeno lanciatogli sulla testa. Nel 2014 sua madre è diventata quasi permanentemente disabile quando le hanno sparato nella gamba un proiettile calibro 22. Nel 2015, un video con Ahed che impediva che suo fratello di venisse arrestato, è diventato virale. I suoi cugini e il suo fratello più grande hanno trascorso del tempo nelle prigioni israeliane.

Venerdì 15 dicembre, durante una protesta per l’annuncio del presidente Trump di Gerusalemme capitale di Israele, hanno sparato in faccia al cugino di Ahed, Mohammed Tamini, di quattordici anni, con una pallottola di gomma. È stato portato all’ospedale dove c’è stato bisogno di un intervento chirurgico e dove è stato messo in coma farmacologico. Poche ore dopo, quando dei soldati armati sono andati a casa di Ahed chiedendo di entrare, ha resistito. LI ha presi a schiaffi e a calci e ha urlato che non potevano entrare.

Shenila Koja-Moolii ha scritto qualche giorno fa su Aljazeera sul forte contrasto tra l’appoggio che Malala Yousafzai aveva ricevuto dopo che i Talebani le avevano sparato alla testa e il silenzio sul caso di Ahed da parte delle femministe e dei leader politici. È vero, c’è una grossa differenza tra essere ferite da una pallottola mentre si va a scuola ed essere arrestata dopo aver schiaffeggiato un militare.

Malala è stata invitata a incontrarsi con il Presidente Barack Obama. Malala è stata invitata a incontrarsi con il presidente Barack Obama. È stata difesa dalla sentarice Hillary Clinton e messa nella lista delle cento persone più influenti sulla rivista Time. Nel 2013 e nel 2014, Malala è stata candidata al Premio Nobel per la Pace e nel 2014 lo ha ottenuto. Invece, mentre la storia di Ahed ha avuto una certa copertura sui media, lei deve ancora trovare attori statali o preminenti personaggi di molta influenza per difendere la sua causa. Mentre l’Occidente sembra per lo più indifferente alla difficile situazione di Ahed, Israele è fortemente determinato a odiare la ragazza. Il ministro dell’Istruzione israeliano Neftali Bennett he chiesto che Ahed e la sua famiglia “passino il resto della loro vita in prigione”. Il ministro della Difesa Avigdor Liberman ha detto che Ahed e la sua famiglia dovrebbero “avere ciò quello che si meritano”, e il preminente giornalista israeliano Ben Caspit ha detto che Israele dovrebbe “esigere” un prezzo in qualche occasione, al buio, senza testimoni e telecamere”. In seguito Caspit ha tentato di fare marcia indietro rispetto alla sua minaccia, dicendo che le sue parole erano state tirate fuori dal contesto. Come, però, ha chiarito #Me Too Movement, negare le proprie intenzioni non le annulla o non le scusa.

Mentre #Me Too Movement continua a costruire e a esaltare altre voci emarginate, la voce di Ahed non è riconosciuta quando lei dovrebbe essere riconosciuta come un pilastro del movimento. Ahed sta revocando il suo consenso alla brutale occupazione di Israele. Si rifiuta di dare il suo consenso alle forze israeliane che invadono la casa della sua famiglia in un ulteriore brutale, inutile attacco notturno. Affronta i suoi aggressori e resiste al violento sistema di potere che continua a perpetuare questo ciclo di violenza contro i Palestinesi. Nello stesso modo i sopravvissuti ad assalti sessuali e allo stupro vengono zittiti, si dubita di loro,  sono  biasimati per i crimini commessi contro di loro. Ahed sta affrontando la stessa reazione violenta da parte dei suoi aggressori. Israele sta “facendo gli straordinari” per screditare Ahed e cancellare la sua voce, con la speranza che le persone crederanno alle loro invenzioni invece che alla verità. È ora che le voci di #Me Too Movement chiedano la sua liberazione e aiutino a fare dei parallelismi.

Shenila Khoja–Moolji spiega i motivi di tale mancanza di sostegno per Ahed come dovuta all’accettazione della violenza di stato, all’umanitarismo selettivo della società occidentale e alla natura politica, invece che individuale, del femminismo di Ahed. Queste sono tutte spiegazioni valide e importanti, ma l’appoggio per Ahed è anche una condanna del sistema giudiziario militare di Israele che permette che i bambini siano tenuti in isolamento e che venga negato l’accesso ai loro genitori durante l’interrogatorio. È una condanna dell’impresa degli insediamenti di Israele e della continua presenza sulla terra palestinese. Appoggiare Ahed significa censurare l’affermazione di Israele che i Palestinesi devono assecondare i loro occupanti, che devono aprire le porte per far entrare i soldati nelle loro case. Certamente le loro figlie sedicenni non devono alzare un braccio contro i soldati. Una cosa è appoggiare Malala per aver affrontato i Talebani, ma assolutamente un’altra appoggiare Ahed perché affronta i più forti alleati di Israele e la sola presunta democrazia in Medio Oriente.

Non tutte le leader femministe hanno paura di esprimere sostegno ad Ahed. Codepink sta presentando una petizione al primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu per chiedere il rilascio di Ahed. Noi, insieme ad altri, come Jewish Voices for Peace, stiamo chiedendo ai membri del Congresso di firmare  la legge della Rappresentante Betty McCollum, per chiedere che gli aiuti degli Stati Uniti a Israele non vengano spesi  per i maltrattamenti  e la detenzione dei bambini palestinesi.

Ahed è una minaccia per l’intero sistema di potere di Israele. Ahed non è soltanto consapevole del suo potere interno, non ha proprio paura dei suoi aggressori. Questo è lo stesso coraggio richiesto ai sopravvissuti di aggressioni di tipo sessuale per raccontare le loro storie e per considerare colpevoli i loro accusatori. È l’essenza della lotta per i diritti delle donne e del motivo per cui il femminismo è così incompatibile con il militarismo. Affinché Ahed abbia successo nella sua lotta per le liberazione della sua gente, prima è necessario che venga rilasciata dalla prigione. Perché questo accada, è necessario che tutte le persone che si definiscono femministe e difensori dei diritti umani dicano #FreeAhed.

 

Ariel Gold è membro dello staff  di CodePink. Nel 2015ha portato negli Stati Uniti Bassem Tamimi, padre di Ahed  per un giro di conferenze. Taylor Morley è la coordinatrice della coalizione per CodePink ed è un  membro del comitato direttivo di #MeToo a Los Angeles.
Fonte: zcomm.org (tradotto da Maria Chiara Starace per znetitaly.org (traduzione © 2017 ZNET Italy – 

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