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La guerra tra nord e sud Sudan rinviata. Un regalo del popolo egiziano.
Inserito da:Fulvio - FabioNews fulviobeltrami@gmail.com in data:2011-02-13 15:32:09

La guerra tra nord e sud Sudan rinviata. Un regalo del popolo egiziano.

La temuta e quasi inevitabile ripresa del conflitto tra nord e sud del Sudan non è più all’ordine del giorno. Al contrario el-Bechir sarà costretto a confrontarsi con il neo nato stato des Sud Sudan cercando di trovare una soluzione equa per la spartizione dei proventi petroliferi o trovare altre strategie per i suoi sogni d’egemonia.

Questa inaspettata svolta regionale non è certo dovuta da una volontà di pace e collaborazione da parte di Khartoum ma è la diretta conseguenza della rivoluzione egiziana.

Mubarak rappresentava il maggior alleato regionale di el-Bechir opponendosi fin dall’inizio a uno stato indipendente nel sud del Sudan a causa degli interessi del governo egiziano sul Nilo.

Accordi non tanto segreti tra il Cairo e Khartoum assicuravano un sostegno egiziano al regime sudanese in caso di ripresa del conflitto.

Il sostegno egiziano doveva essere garantito a vari livelli, da quello diplomatico a quello finanziario, non escludendo la possibilità di un intervento armato egiziano a sostegno dell’esercito sudanese. Questo avrebbe implicato l’inizio della seconda guerra Pan Africana che avrebbe coinvolto diversi stati della regione e in prima linea l’Uganda, storico alleato del SPLM.

Per el-Bechir sarebbe bastato trovare un pretesto per iniziare il conflitto e la presenza di popolazioni arabe nelle zone di frontiera lo avrebbe certamente fornito: la difesa della minoranza araba oppressa dal nuovo regime di Juba.  

La rivoluzione egiziana ha stravolto strategie ed alleanze regionali, rendendo impossibile l’avventura militare di Khartoum.

Il sostegno internazionale continua ad essere garantito dalla Cina che ha enormi interessi di sfruttamento dei giacimenti petroliferi al confine tra i due paesi, ma senza l’Egitto di Mubarak questo conflitto non è più possibile.

Infatti, in questo momento, sarebbe un suicidio per il presidente sudanese iniziare un conflitto di tali dimensioni quando il suo principale alleato attraversa una crisi politica di portata storica e il suo amico personale Mubarak non è più il faraone dell’Egitto.

Dimostrazioni popolari sono già iniziate a Khartoum, anche se per ora sono ad uno stadio larvale. La scorsa settimana qualche migliaio di persone hanno manifestato nella capitale contro il regime. La manifestazione non ha ricevuto il giusto rilievo dai mass media internazionali ma è un chiaro segnale che el-Bechir sarà occupato nei prossimi mesi a mantenere il potere e a controllare il malcontento popolare per evitare che il popolo sudanese decida di optare per la rivoluzione seguendo l’esempio dei loro fratelli egiziani.

Una nuova e devastante guerra contro il sud abbinata all’attuale crisi economica del paese, all’assenza di democrazia e libertà e alla non ancora risolta crisi nel Darfur, rappresenterebbe la classica goccia che fa traboccare il vaso, mettendo in serio pericolo la tenuta del regime.

La strategia cambia l’obiettivo rimane.

Nonostante che el-Bechir sia costretto ad abbandonare i suoi propositi bellici per concentrarsi sul controllo del paese per evitare la rivoluzione, i giacimenti di petrolio sono vitali per l’economia del Sudan e non può permettersi di perderli a favore del neo nato stato del Sud Sudan.

Per questa ragione l’obiettivo di mantenere il controllo sulle zone frontaliere rimane, anche se la strategia è mutata.

Conoscendo el-Bechir, agirà su due livelli. Il primo sarà diplomatico, con l’avvio di trattative economiche – politiche con il governo di Juba per sancire accordi di sfruttamento petrolifero nel mutuo interesse dei due paesi.

Khartoum ha un vantaggio iniziale non trascurabile. Nell’ipotesi che i giacimenti petroliferi siano di esclusiva proprietà del Sud Sudan, Juba non ha alcuna possibilità di trarne profitto per almeno due anni visto che l’unico oleodotto per l’esportazione del greggio è quello sudanese che dai pozzi del sud arriva fino a Port Sudan.

Seppur vero che gli accordi commerciali tra Sud Sudan, Kenya e Giappone stanno dando i loro frutti grazie al megaprogetto di costruzione di un oleodotto che passi nel territorio keniota per trasportare il greggio fino al porto di Mombasa, l’oleodotto non sarà costruito prima di due o tre anni. Basta pensare che non sono ancora iniziati gli studi di fattibilità.

Il neo stato del Sud Sudan non può permettersi di non utilizzare i proventi del petrolio per così tanto tempo, essendo essi la maggior fonte di entrata per il paese.

Dopo l’euforia dell’indipendenza dal nord la popolazione sud sudanese sta diventando sempre più impaziente ed intollerante nei confronti del governo di Kiir. Esige un rapido sviluppo economico, scuole, ospedali, infrastrutture, strade, lavoro e un futuro diverso da quello fino ad ora subito.

Queste rivendicazioni vengono considerate dal popolo sud sudanese la giusta e obbligata ricompensa di decenni di privazioni e guerra civile per costruire uno stato indipendente.

Durante la scorsa settimana la frase di una mendicante di 51 anni rivolta al governo di Kiir sta diventando la parola d’ordine della popolazione. Martha Ayen che mendica nelle vie di Juba, intervistata dal settimanale ugandese The Indipendent dopo gli esiti del referendum ha risposto: “Sono stanca figlio mio. Quando potrò smettere di chiedere l’elemosina?”.

Il popolo sud sudanese, pur felice dell’indipendenza, è perfettamente cosciente che una nuova patria senza il pane non serve a nulla.

Per soddisfare le aspettative economiche della popolazione, il governo di Kiir ha stanziato un milione e settecento mila  pounds sudanesi (circa 665.000 dollari) per sostenere un piano d’urgenza  come prima risposta ai bisogni di base della popolazione. Questo stanziamento dovrebbe essere seguito da un progetto per rafforzare l’economia del paese per un totale di finanziamenti previsti che si aggira ai 20 milioni di pounds (7.800.000 dollari) che serviranno per creare una banca centrale indipendente, stabilizzare la moneta nazionale e sostenere gli imprenditori locali.

Senza immediati proventi petroliferi il governo di Juba non riuscirà a trovare i fondi necessari per l’ambizioso ma vitale piano di rilancio economico. Nonostante i suoi alleati regionali ed occidentali Kiir è cosciente che non riuscirà a ricevere i fondi necessari dalla Comunità Internazionale durante questo periodo di crisi mondiale.

Kiir è altrettanto cosciente che i milioni di Martha Ayen non sono disposti ad aspettare due o tre anni, quindi il governo di Juba, nonostante la retorica nazionalista, sarà economicamente costretto ad accettare le proposte di spartizione dei profitti petroliferi che saranno fatte da Khartoum per garantire la produzione del greggio e la sua esportazione attraverso l’unico oleodotto esistente.

Alcuni attori economici regionali intravvedono la possibilità di un accordo tra Khartoum e Juba sul restante 20% dei territori frontalieri che fino ad ora non sono stati ancora definiti.[1] Un’ipotesi d’accordo potrebbe essere quella di una divisione equa dei territori petroliferi, metà al Sudan e metà al Sud Sudan.

Khartoum otterrebbe la garanzia territoriale su parte di questi territori che eviterebbe di perdere i profitti petroliferi una volta che l’oleodotto Giapponese-Keniota sarà attivo. Juba otterrebbe la continuità dell’esportazione del greggio via Port Sudan in attesa che il proprio oleodotto sia attivato.

Il secondo livello: destabilizzazione interna.

Il secondo livello di el-Bechir per garantire i suoi interessi è di destabilizzare il neo stato del Sud Sudan, finanziando ribellioni tra sudisti che degenerino in una serie di conflitti tribali. Questa tattica è stata già ampliamente attuata sia durante la guerra civile tra nord e sud che in Darfur.

La destabilizzazione interna al Sud Sudan è già applicata.

Combattimenti tra l’esercito del SPLM e le milizie sud sudanesi pro Khartoum si sono recentemente verificati nella regione petrolifera del Upper Nile causando 84 vittime civili e 85 feriti. L’origine degli scontri è stata il rifiuto delle milizie pro Khartoum di consegnare al SPLM le loro armi pesanti e di integrarsi nel nuovo esercito nazionale.

La regione di Jonglei è stata teatro di pesanti scontri armati tra il SPLM e la milizia del generale sud sudanese ribelle George Athor[2]. Gli scontri si sono concentrati nella zona di Door e nella città di Fangak, causando la morte di 105 persone tra cui 39 civili. Il neo nato esercito regolare del SPLM ha subito pesanti perdite e una sconfitta militare.

Il Governo di Juba accusa il Generale Athor di aver violato la tregua recentemente firmata e di aver utilizzato questo periodo per rafforzare la sua milizia attraverso il reclutamento e l’approvvigionamento in armi (ovviamente provenienti da Khartoum).

L’aggravarsi del conflitto interno ha tutte le potenzialità di destabilizzare il neo nato stato del Sud Sudan e di farlo precipitare nell’incubo di una guerra tribale essendo Jonglei la regione più popolata del paese.

Un gioco senza fine?

Nonostante che il temuto conflitto regionale non sia più possibile, i vari attori sudanesi stanno spingendo la regione ad un nuovo periodo d’instabilità, spostando la guerra civile tra nord e sud in una guerra civile – tribale tra sudisti.

Il triste scenario di morte, distruzione, profughi, violenze etniche al servizio d’interessi economici di governanti senza scrupolo è destinato a ripetersi come un film senza fine?

Tutto dipende dall’esito finale della rivoluzione egiziana. La caduta di Mubarak ha avuto l’effetto di allontanare il rischio di guerra tra nord e sud. La vittoria completa del popolo egiziano avrà l’effetto di far crollare il regime di Omar el-Bechir per le stesse ragioni che hanno provocato il crollo dei regimi di Ben Ali e Mubarak.

Il già corrotto e dispotico regime di Kiir nel Sud Sudan[3], non sarà al sicuro dall’ondata rivoluzionaria del nord del Sudan. La popolazione del sud non tarderà ad arrivare alla conclusione che il loro governo non è interessato a costruire una nazione prospera al servizio del benessere collettivo ma uno stato cleptomane basato su privilegi della casta burocratica di natura dispotica. La rivoluzione dal nord non tarderà ad arrivare al sud poiché i sud sudanesi non accettano più di continuare a chiedere l’elemosina.

Le due rivoluzioni potrebbero ricucire i rapporti tra il nord e il sud del Sudan, abilmente distrutti dalla multinazionali straniere e dagli attori nazionali e regionali, costruendo le basi per una collaborazione comune e una gestione delle risorse petrolifere basata sugli interessi nazionali per garantire lo sviluppo dei due stati.

Ovviamente questo sarebbe uno scenario da incubo per l’Uganda, il Kenya, gli Stati Uniti e l’Europa. Una guerra civile è mille volte preferibile che una politica nazionale nella gestione delle risorse petrolifere, secondo la logica della Realpolitik del cosiddetto “nuovo ordine mondiale”.

Un’utopia? Tutto dipenderà dall’esito finale della lotta per l’indipendenza intrapresa dai nostri fratelli arabi.

Fulvio Beltrami.

12 febbraio 2011

N’Djamena - Ciad

Fulviobeltrami@gmail.com

 



[1] L’ottanta per cento dei territori frontalieri sono già definiti. Rimangono i territori dove sono presenti i giacimenti petroliferi: Heglig nel Nord Est, Abyei, Sud Kordofan, Nuba e Nilo Blu.

 

[2] George Athor, ex generale del SPLM, ha lanciato una ribellione contro il governo di Juba dopo le elezioni del Governatore della regione di Jonglei che, secondo lui, sono state falsificate per impedirgli di diventare il Governatore.  Pochi giorni prima del referendum, nel gennaio scorso il generale Athor aveva firmato un cessate il fuoco con il governo di Juba per permettere un tranquillo svolgimento del referendum nella regione da lui controllata.

[3] Kiir, presidente del Sud Sudan controlla il SPLM su base etnica assicurando l’egemonia della propria tribù: i Dinka e creando uno stato mafioso sul modello del Kosovo.


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